LA editoria

Carcere per i cronisti, parola alla Consulta. Lorusso: «Clima pessimo per chi fa informazione, auspicabile l’incostituzionalità»

«La stampa italiana è sotto attacco da più fronti, si vuole indebolire il diritto di cronaca. Il Tar del Lazio che impone la rivelazione delle fonti di Report, i cronisti intercettati dalla procura di Trapani, sono tessere di un unico disegno che punta a colpire l’informazione». Lo afferma Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, intervistato dalla Gazzetta del
Mezzogiorno alla vigilia dell’udienza dinanzi alla Corte Costituzionale nella quale si dovrà decidere sulla legittimità costituzionale del carcere per i giornalisti.
«L’anno scorso la Consulta, con un’ordinanza firmata dall’allora presidente Marta Cartabia, oggi ministra della Giustizia, assunse di fatto una sorta di decisione di incostituzionalità differita, chiedendo al Parlamento di intervenire su questa materia. A distanza di un anno si certifica la mancanza di volontà politica del Legislatore di intervenire, per la semplice ragione che in Parlamento esiste, da sempre, un fronte trasversale contrario a qualsiasi riforma che renda la stampa più libera», prosegue Lorusso.
Una vicenda, incalza il segretario Fnsi, che «si lega a doppio filo alla norma, anche questa ferma da anni in Parlamento, di contrasto alle querele bavaglio, con richieste di risarcimento danni milionarie e pretestuose per intimidire chi dà fastidio con inchieste o andando a illuminare zone o territori che, secondo alcuni, dovrebbero restare oscuri».
L’auspicio, conclude Lorusso, «è che la Corte dichiari l’incostituzionalità della pena detentiva per il reato di diffamazione a mezzo stampa e che questa decisione spinga il Parlamento a metter mano a una riforma organica della materia. Mi auguro che chi parla di Piano nazionale di ripresa e resilienza e di costruire un Paese diverso sia consequenziale, perché pensare di costruire un Paese diverso spingendo ai margini l’informazione e adottando iniziative punitive per chi fa informazione non
gioverà alla democrazia italiana».











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