LA sociale

Popolazione in calo, soprattutto nel Mezzogiorno

Continua a diminuire la popolazione: al 1° gennaio 2020 i residenti ammontano a 60 milioni 317mila, 116mila in meno su base annua.

Aumenta il divario tra nascite e decessi:per 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini (dieci anni fa erano 96).

Positivi ma in rallentamento i flussi migratori netti con l’estero: il saldo è di +143mila, 32mila in meno rispetto al 2018, frutto di 307mila iscrizioni e 164mila cancellazioni.

Ulteriore rialzo dell’età media: 45,7 anni al 1° gennaio 2020.

                                                         
1,29             il numero medio di figli per donna       Stesso valore del 2018   85,3 anni   la speranza di vita alla nascita per le donne       È di 81 anni per gli uomini 120mila   residenti di nazionalità italiana cancellati per l’estero
 

La popolazione residente prosegue il suo trend di diminuzione

Alla luce dei primi risultati provvisori, l’anno appena concluso non risulta contrassegnato, per quanto concerne il quadro demografico nazionale, da significativi cambiamenti, inversioni di tendenza o improvvisi quanto temporanei shock di periodo. Il 2019 è, infatti, un anno nel quale le tendenze demografiche risultano da un punto di vista congiunturale in linea con quelle mediamente espresse negli anni più recenti. Le evidenze documentano ancora una volta bassi livelli fecondità, un regolare quanto atteso aumento della speranza di vita, cui si accompagna, come ormai di consueto, una vivace dinamica delle migrazioni internazionali.

Il riflesso di tali andamenti demografici comporta nel complesso un’ulteriore riduzione della popolazione residente, scesa al 1° gennaio 2020 a 60 milioni 317mila. La popolazione, che risulta ininterrottamente in calo da cinque anni consecutivi, registra nel 2019 una riduzione pari al -1,9 per mille residenti. La riduzione si deve al rilevante bilancio negativo della dinamica naturale (nascite-decessi) risultata nel 2019 pari a -212mila unità, solo parzialmente attenuata da un saldo migratorio con l’estero ampiamente positivo (+143mila). Le ordinarie operazioni di allineamento e revisione delle anagrafi (saldo per altri motivi) comportano, inoltre, un saldo negativo per 48mila unità. Nel complesso, pertanto, la popolazione diminuisce di 116mila unità.

In crescita demografica solo alcune regioni del Nord

Il calo della popolazione si concentra prevalentemente nel Mezzogiorno (-6,3 per mille) e in misura inferiore nel Centro (-2,2 per mille). Al contrario, prosegue il processo di crescita della popolazione nel Nord (+1,4 per mille).

Lo sviluppo demografico più importante si è registrato nelle Province autonome di Bolzano e Trento, rispettivamente con tassi di variazione pari a +5 e +3,6 per mille. Rilevante anche l’incremento di popolazione osservato in Lombardia (+3,4 per mille) ed Emilia-Romagna (+2,8). La Toscana, pur con un tasso di variazione negativo (-0,5 per mille), è la regione del Centro che contiene maggiormente la flessione demografica e comunque l’ultima a porsi sopra il livello di variazione medio nazionale (-1,9). Totalmente contrapposte le condizioni di sviluppo demografico nelle quali versano le singole regioni del Mezzogiorno, la migliore delle quali – la Sardegna – viaggia nel 2019 a ritmi di variazione della popolazione pari al -5,3 per mille. Particolarmente critica, infine, la dinamica demografica di Molise e Basilicata che nel volgere di un solo anno perdono circa l’1% delle rispettive popolazioni.

Il ricambio naturale della popolazione appare sempre più compromesso

Nel 2019 si registra in Italia un saldo naturale pari a -212mila unità, frutto della differenza tra 435mila nascite e 647mila decessi. Preannunciato dall’antitetica dinamica prospettiva di nascite e decessi nell’ultimo decennio, si tratta del più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918. Ciò comporta che il ricambio per ogni 100 residenti che lasciano per morte sia oggi assicurato da appena 67 neonati, mentre dieci anni fa risultava pari a 96.

PRINCIPALI COMPONENTI DEL BILANCIO DEMOGRAFICO.

Anno 2019, dati in migliaia

Ripartizioni Popolazione iniziale (a) Nati vivi (b) Decessi (b) Saldo naturale (b) Saldo migratorio estero (b) Saldo migratorio interno (b) Saldo altri motivi (b) Popolazione finale (b)
Nord 27.789 198 302 -104 85 70 -13 27.827
   Nord-ovest 16.124 115 179 -64 51 37 -6 16.142
   Nord-est 11.665 84 124 -40 34 33 -7 11.685
Centro 12.028 83 132 -49 35 8 -19 12.002
Mezzogiorno 20.617 153 212 -59 23 -77 -15 20.488
   Sud 13.972 105 142 -37 19 -56 -12 13.886
   Isole 6.645 48 71 -22 4 -21 -4 6.602
ITALIA 60.433 435 647 -212 143 0 -48 60.317

(a) Dato provvisorio. Frutto di operazioni di consolidamento sulle statistiche demografiche relative all’anno 2018, tale dato differisce da quello rilasciato, anch’esso in via provvisoria, lo scorso 3 luglio 2019. In particolare, su base nazionale la popolazione residente risulta incrementata di circa 74mila unità a seguito di operazioni di riconteggio dei flussi demografici.

(b) Stima.

L’analisi in serie storica delle nascite pone in evidenza come il dato relativo al 2019, appena 435mila, risulti il più basso mai riscontrato nel Paese. Per contro, il numero dei decessi, 647mila, pur di poco inferiore al record riscontrato nel 2017 (649mila), rispecchia in pieno le tendenze da tempo evidenziate. Nel lungo termine, i guadagni conseguiti di sopravvivenza allargano la base di coloro che vivono molto più a lungo di un tempo e fino alle età più avanzate dell’esistenza, portando a far crescere il numero annuale di decessi e accentuando oltremodo, in senso fortemente negativo, il bilancio del saldo naturale.

Pur nella varietà dei diversi contesti territoriali, più o meno marcati anche in relazione al diverso livello di invecchiamento, la dinamica naturale è ovunque negativa, eccezion fatta per la Provincia di Bolzano, l’unica dove il ricambio della popolazione risulta ancora più che in equilibrio (+1,3 per mille residenti).

Più che positivo, sebbene in calo, il saldo migratorio con l’estero

Il saldo migratorio con l’estero nel 2019 risulta positivo per 143mila unità, in virtù del fatto che a fronte di 307mila iscrizioni anagrafiche dall’estero si hanno solo 164mila cancellazioni. Il dato risulta in evidente calo se confrontato con quello del biennio precedente (in media oltre 180mila unità aggiuntive annue) e persino al di sotto della media degli ultimi cinque anni (+156mila).

Dal lato delle iscrizioni si assiste a una sostanziale riduzione del volume complessivo se confrontato con quello del biennio precedente, con 25mila ingressi in meno rispetto al 2018 e 34mila sul 2017. Parallelamente, si assiste a un nuovo rialzo delle cancellazioni per l’estero, il cui volume totale, sfiorando le 164mila unità, raggiunge il livello più alto da che sono disponibili statistiche omogenee sul fenomeno (1981).

Per quanto i movimenti con l’estero rappresentino un fondamentale stimolo per il ricambio demografico, anche a fronte del calo osservato nell’ultimo anno, va anche sempre sottolineato quanto differenziati siano gli schemi di comportamento tra cittadini italiani e non italiani. Infatti, i movimenti in ingresso sono per lo più dovuti a cittadini stranieri, 265mila, oltre 20mila in meno sull’anno precedente, ma in ogni caso preponderanti rispetto agli appena 43mila rimpatri di italiani, che a loro volta si riducono di circa 4mila unità. Sul versante dei movimenti in uscita, al contrario, la quota prevalente è da attribuire ai cittadini italiani, circa 120mila e 3mila in più sul 2018, mentre le emigrazioni di stranieri (certificate da una cancellazione anagrafica) riguardano soltanto 44mila individui (+4mila).

Il saldo migratorio netto generale della popolazione residente, pari a +143mila nel 2019, è dunque la somma di due componenti di segno opposto: l’una positiva per 220mila unità e dovuta alla popolazione straniera, l’altra negativa per 77mila unità e dovuta al comportamento migratorio degli italiani.

Sul piano territoriale, tutte le regioni sono interessate da saldi migratori con l’estero positivi, tuttavia in veste più accentuata nel Nord (3,1 per mille abitanti) e nel Centro (2,9 per mille), rispetto a un Mezzogiorno meno attrattivo (1,1 per mille). La regione con la più vivace dinamica per migrazioni internazionali è l’Emilia-Romagna (3,8 per mille), che precede Toscana (3,7) e Lombardia (3,5), mentre appaiate per livelli minimi risultano Sicilia e Sardegna (0,6 per mille).

FIGURA 1. SALDO NATURALE E SALDO MIGRATORIO ESTERO

Italia, anni 2009-2019, dati in migliaia (a).

(a) Stima per l’anno 2019.

Stabile il numero medio di figli per donna

Nonostante l’ennesimo record negativo di nascite, la fecondità rimane costante al livello espresso nel 2018, ossia 1,29 figli per donna. Ciò in quanto il numero annuale di nascite è vincolato non solo ai livelli riproduttivi delle madri ma anche alla loro dimensione assoluta e strutturale.

Nell’ultimo biennio, in particolare, tra le donne residenti in età feconda (convenzionalmente di 15-49 anni) si stima una riduzione di circa 180mila unità. In aggiunta a tale fattore va poi richiamato che i tassi specifici di fecondità per età della madre continuano a mostrare un sostanziale declino nelle età giovanili (fino a circa 30 anni) e un progressivo rialzo in quelle più anziane (dopo i 30). L’età media al parto ha toccato i 32,1 anni, anche perché nel frattempo la fecondità espressa dalle donne 35-39enni ha superato quella delle 25-29enni. Non solo, fanno più figli le donne ultraquarantenni di quanti ne facciano le giovani sotto i 20 anni di età mentre il divario con le 20-24enni è stato quasi del tutto assorbito.

Rilevante il contributo alla natalità delle immigrate

Circa un quinto delle nascite occorse nel 2019 è da parte di madre straniera. Tra queste, pari a un totale di 85mila, 63mila sono quelle prodotte con partner straniero (che quindi incrementano il numero di nati in Italia con cittadinanza estera), 22mila quelle con partner italiano. I nati da cittadine italiane sono invece 349mila, di cui 341mila con partner connazionale e circa 8mila con partner straniero.
Al pari di quella generale, la natalità risulta in calo per tutte le tipologie di coppia.

Le donne straniere, che usualmente evidenziano un comportamento riproduttivo più marcato e che sono favorite da una struttura per età più giovane, hanno avuto in media 1,89 figli (contro 1,94 del 2018). Le italiane, dal canto loro, con 1,22 figli sono rimaste all’incirca allo stesso livello dell’anno precedente (1,21). Nel frattempo, l’età media al parto sale di un ulteriore punto decimale sia per le straniere sia per le italiane. Le prime, abitualmente precoci, procreano in media intorno ai 29,1 anni di età. Le italiane, come noto più tardive, hanno come riferimento centrale i 32,6 anni.

Fecondità più alta al Nord

Nel 2019, come ormai da qualche anno, la fecondità più elevata si manifesta nel Nord del Paese
(1,36 figli per donna), ben davanti a quella del Mezzogiorno (1,26) e del Centro (1,25). Il primato della zona più prolifica spetta alla Provincia di Bolzano con 1,69 figli per donna, che precede Trento con 1,43.  A parte queste due specifiche realità del Nord-est, la zona dove la propensione ad avere figli risulta più alta è nel triangolo  Lombardia (1,36), Emilia-Romagna (1,35) e Veneto (1,32), evocando una discreta correlazione tra intenzioni riproduttive e potenzialità garantite da un maggior sviluppo economico e sociale di tali regioni.

FIGURA 2. TASSI CUMULATI DI FECONDITA’ PER CLASSE DI ETA’ DELLA MADRE Italia, anni 1999, 2009, 2019, valori per mille (a).

(a) Stima per l’anno 2019.

La speranza di vita alla nascita si allunga di un mese

Nel 2019 migliorano le condizioni di sopravvivenza della popolazione e si registra un ulteriore aumento della speranza di vita alla nascita. A livello nazionale gli uomini sfiorano gli 81 anni, le donne gli 85,3. Per gli uni come per le altre l’incremento sul 2018 è pari a 0,1 decimi di anno, corrispondente a un mese di vita in più.

Dopo decenni di costanti e consistenti incrementi è da sottolineare, tuttavia, come la speranza di vita abbia iniziato a rallentare il suo ritmo di crescita. Il fenomeno è particolarmente accentuato tra le donne. Basti pensare che il genere femminile impiegò 18 anni, ovvero dal 1972 al 1990, per portarsi da 75 a oltre 80 anni di speranza di vita alla nascita. Invece, per raggiungere il successivo traguardo degli
85 anni occorse circa un quarto di secolo, dal 1990 al 2014. Venendo poi all’analisi di quanto avvenuto più di recente, nel solo decennio 2009-2019 le donne conseguono un incremento di sopravvivenza pari a 1,5 mesi in più all’anno, quando nel decennio precedente, 1999-2009, fu pari a 2,5.

Gli uomini presentano più ampi margini di guadagno in termini di sopravvivenza. Margini, peraltro, che finora hanno di fatto consentito loro di recuperare parte dello svantaggio sulle donne, oggi pari a 4,3 anni di speranza di vita in meno, contro i circa 7 di 40 anni fa. Tuttavia, anche per gli uomini i ritmi di crescita appaiono in calo; a fronte di un guadagno medio annuale di circa 3,5 mesi nel decennio
1999-2009, si è passati a 2,5 mesi all’anno nel decennio 2009-2019.

Si vive più a lungo nel Nord-est

Il rallentamento dei ritmi di crescita della speranza di vita non pregiudica comunque l’evidenza che vede l’Italia tra i Paesi a elevata longevità, in grado di segnare ogni anno nuovi record di sopravvivenza, quali quelli riscontrati nel 2019.

Particolarmente felice, sotto questo punto di vista, è la situazione che emerge un po’ in tutto il Nord-est, dove si riscontrano condizioni di sopravvivenza assai favorevoli. Gli uomini residenti in questa ripartizione geografica possono infatti contare su una speranza di vita alla nascita pari a 81,6 anni, le donne pari a 85,9. Il Mezzogiorno, al contrario, gode di condizioni di sopravvivenza meno favorevoli, in virtù di una speranza di vita alla nascita di 80,2 anni tra gli uomini e di 84,5 tra le donne. Intermedi e ravvicinati sono invece i livelli di sopravvivenza nel Nord-ovest e nel Centro, dove risulta identica la speranza di vita alla nascita per le donne (85,5) mentre leggermente favoriti risultano i residenti nel Centro per quanto concerne gli uomini (81,3 contro 81,1).

Il primato regionale tra gli uomini compete alla Provincia di Trento (82,2 anni), seguono Umbria (81,9), Marche (81,8) e Provincia di Bolzano (81,8). Trento rappresenta l’area più favorevole per la sopravvivenza anche per le donne, grazie a una vita media di 86,6 anni, dato che costituisce peraltro il più alto livello di speranza di vita alla nascita mai toccato nella storia del Paese per una singola regione.

FIGURA 3. SPERANZA DI VITA ALLA NASCITA PER SESSO E REGIONE.

Anno 2019, stima.

Le migrazioni interne uno dei motivi dello spopolamento nel Mezzogiorno

Nel Mezzogiorno il bilancio demografico complessivo presenta per l’ennesima volta (dal 2014) segno negativo (-129mila residenti, pari al -6,3 per mille abitanti). A tale situazione concorrono sia le poste demografiche relative alla dinamica naturale (-2,9 per mille), sia soprattutto quelle relative alle migrazioni interne (-3,8 per mille).

Si conta, infatti, che nel corso del 2019 circa 418mila individui abbiano lasciato un Comune del Mezzogiorno quale luogo di residenza per trasferirsi in un altro Comune italiano (eventualmente anche dello stesso Mezzogiorno, ma in ogni caso diverso da quello di origine), mentre circa 341mila sono gli individui che hanno eletto un Comune del Mezzogiorno quale luogo di dimora abituale (eventualmente anche provenienti da altro Comune dello stesso Mezzogiorno). Tale dinamica sfavorevole ha generato, quindi, un saldo negativo pari a -77mila unità per il complesso della ripartizione, risultando peraltro accresciuto rispetto al -73mila occorso nel 2018.

La questione accomuna tutte le regioni del Mezzogiorno – singolarmente prese tutte presentano saldi migratori interni negativi – pur se all’interno di un contesto eterogeneo nel quale i margini di grandezza variano dal -1 per mille della Sardegna al -5,8 per mille della Calabria. Le regioni del Nord, dove globalmente si riscontra un tasso del +2,5 per mille, sono quelle a maggiore capacità attrattiva, rispetto a quelle di un Centro che nel complesso registra un +0,6 per mille. Sotto questo profilo, emergono flussi migratori netti molto positivi tanto nella zona nord-occidentale (Lombardia, +3 per mille), quanto soprattutto in quella nord-orientale e segnatamente nelle Province di Trento (+3,9) e Bolzano (+3,4) e in Emilia-Romagna (+3,7).

55 milioni i cittadini italiani residenti, 5,4 milioni gli stranieri

Al 1° gennaio 2020 gli stranieri residenti ammontano a 5 milioni 382mila, in crescita di 123mila unità (+2,3%) rispetto a un anno prima. Nel conteggio concorrono 220mila unità in più per effetto delle migrazioni con l’estero, 55mila unità in più per effetto della dinamica naturale (63mila nati stranieri contro appena 8mila decessi), 46mila unità in meno per effetto delle revisioni anagrafiche e, infine, 109mila unità in meno per acquisizioni della cittadinanza italiana.

La popolazione residente straniera costituisce dunque l’8,9% del totale (era l’8,7% un anno prima). Le regioni dove più forte è l’incidenza della popolazione straniera sul totale dei residenti sono l’Emilia-Romagna (12,6%), la Lombardia (12,1%) e il Lazio (11,7%). Il peso percentuale della popolazione straniera risulta relativamente più basso nel Mezzogiorno (4,4% contro l’11% del Centro-nord); il minimo è in Puglia e Sardegna (3,5%). Peraltro, fatto pari a 100 il numero di residenti stranieri sul territorio nazionale, 58 risiedono nel Nord (di cui 23 nella sola Lombardia), 25 nel Centro e appena 17 nel Mezzogiorno.

FIGURA 4. SALDO MIGRATORIO INTERNO PER REGIONE

Anno 2019, stima per mille residenti

Il ricambio demografico debole determina effetti soprattutto sulla popolazione di cittadinanza italiana, il cui ammontare continua a decrescere di anno in anno. In complesso gli italiani residenti ammontano a 54 milioni 935mila al 1° gennaio 2020, con una riduzione di circa 240mila unità (-4,3 per mille) sull’anno precedente. Per i cittadini italiani risultano ampiamente negative le principali poste demografiche: il saldo naturale (-267mila unità), il saldo migratorio netto con l’estero (-77mila) e il saldo per gli aggiustamenti di carattere anagrafico (-2mila). Parziale compensazione di tali diminuzioni deriva dalle sole acquisizioni della cittadinanza italiana (+109mila).

Con la sola eccezione del Trentino-Alto Adige, tutte le regioni sono interessate da un processo di riduzione della popolazione di cittadinanza italiana. La questione colpisce particolarmente regioni demograficamente depresse o a più forte invecchiamento. Come ad esempio la Basilicata (-11,3 per mille), il Molise (-10,4) e la Calabria (-9,1) nel Mezzogiorno, ma anche regioni nel Nord del Paese come la Liguria (-8,7).

Mezzogiorno più giovane ma a grandi passi verso un profilo per età più anziano

Come conseguenza delle dinamiche dell’ultimo secolo, la struttura per età della popolazione prosegue il suo lento ma costante scivolamento verso le età più anziane. In termini assoluti di confronto ciò si deve al fatto che la vita media si è fortunatamente allungata. Prendendo ad esempio in esame quanto accaduto solo negli ultimi dieci anni (benché le origini del processo, come detto, siano assai più remote) gli individui con 65 anni di età e oltre sono passati da 12,1 a 13,9 milioni, conseguendo pertanto una crescita di 1,8 milioni. Visto in termini relativi, e in tale analisi sono da considerare però anche gli effetti di un regime di fecondità decrescente, ciò porta gli ultrasessantacinquenni a rappresentare il 23,1% della popolazione totale al 1° gennaio 2020. Il 63,9% della popolazione, d’altro canto, ha età compresa tra 15 e 64 anni mentre solo il 13% ha meno di 15 anni.

Rispetto a 10 anni orsono le distanze tra le classi di età più rappresentative si sono ulteriormente allungate. La classe più anziana ha cumulato 2,7 punti percentuali in più rispetto al 2010 mentre, al contrario, le persone in condizione attiva o formativa sono rispettivamente scese di 1,6 e 1,1 punti percentuali.

Ancora nel 2020, il Mezzogiorno presenta una popolazione più giovane rispetto al Centro-nord. Ad esempio, la popolazione ultrasessantacinquenne incide per il 21,6% del totale, quando nel Nord e nel Centro risulta rispettivamente pari al 23,9% e al 23,8%. Così come, prendendo a riferimento un indicatore sintetico quale l’età media della popolazione, si può rilevare come per il Mezzogiorno (44,6 anni) risulti di oltre un anno e mezzo inferiore rispetto a quella del Centro-nord (46,2 anni). Ciononostante, si deve anche sottolineare che le distanze sono in progressiva riduzione. Nel 2010, infatti, il Mezzogiorno deteneva un’età media di oltre due anni e mezzo inferiore; il segno evidente che la recente dinamica demografica di questa ripartizione – bassa natalità, relativo minor impatto delle migrazioni con l’estero, fuga dei giovani verso il Centro-nord – sta alimentando oltre misura il processo di invecchiamento.  

FIGURA 5. POPOLAZIONE RESIDENTE DI 65 ANNI E PIU

Anni 2010 e 2020, dati al 1° gennaio, valori percentuali

%

Glossario

Anagrafe della popolazione: il sistema continuo di registrazione della popolazione residente. Viene continuamente aggiornata tramite iscrizioni per nascita da genitori residenti nel Comune, cancellazioni per morte di residenti e iscrizioni/cancellazioni per trasferimento di residenza da/per altro Comune o da/per l’Estero.

Cittadinanza: Vincolo di appartenenza a uno stato, richiesto e documentato per il godimento di diritti e l’assoggettamento a particolari oneri.

Decesso: La cessazione di ogni segno di vita in un qualsiasi momento successivo alla nascita vitale.

Dipendenza anziani (indice di): rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione in età attiva (15-64 anni), moltiplicato per 100.

Dipendenza strutturale (indice di): rapporto tra popolazione in età non attiva (0-14 anni e 65 anni e più) e popolazione in età attiva (15-64 anni), moltiplicato per 100.

Età media: età media della popolazione detenuta a una certa data espressa in anni e decimi di anno.

Età media al parto: l’età media al parto delle madri espressa in anni e decimi di anno, calcolata considerando i soli nati vivi.

Iscrizione e cancellazione anagrafica per trasferimento di residenza: l’iscrizione riguarda le persone trasferitesi nel Comune da altri Comuni o dall’estero; la cancellazione riguarda le persone trasferitesi in altro Comune o all’estero. I trasferimenti da un Comune a un altro decorrono dal giorno della richiesta di iscrizione nel Comune di nuova dimora abituale, ma vengono rilevati quando la pratica migratoria, di ritorno dal Comune di cancellazione, risulta definita. I trasferimenti da e per l’estero sono rilevati nel momento in cui, rispettivamente, viene richiesta l’iscrizione o la cancellazione.

Mortalità (tasso di): rapporto tra il numero dei decessi nell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente, moltiplicato per 1.000.

Nato vivo: Il prodotto del concepimento che, una volta espulso o completamente estratto dal corpo materno, indipendentemente dalla durata della gestazione, respiri o manifesti altro segno di vita.

Natalità (tasso di): rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente, moltiplicato per 1.000.

Numero medio di figli per donna (o tasso di fecondità totale – TFT): il numero di figli che una donna metterebbe al mondo nel caso in cui, nel corso nella propria vita riproduttiva, fosse sottoposta al calendario di fecondità (sotto forma di  tassi specifici di fecondità per età) dell’anno di osservazione.

Popolazione residente: costituita in ciascun Comune (e analogamente per altre ripartizioni territoriali) delle persone aventi dimora abituale nel Comune stesso. Non cessano di appartenere alla popolazione residente le persone temporaneamente dimoranti, in altro Comune o all’estero, per l’esercizio di occupazioni stagionali o per causa di durata limitata.

Saldo migratorio con l’estero: differenza tra il numero degli iscritti per trasferimento di residenza dall’estero e il numero dei cancellati per trasferimento di residenza all’estero.

Saldo migratorio interno: differenza tra il numero degli iscritti per trasferimento di residenza da altro Comune e il numero dei cancellati per trasferimento di residenza in altro Comune. Diversamente da quanto atteso, a livello Italia quest’indicatore risulta quasi sempre diverso da zero per il motivo che sussiste uno sfasamento temporale “tecnico” tra l’iscrizione nel comune di destinazione e la cancellazione dal comune di origine e che, pertanto, influenza le statistiche sulla mobilità interna ottenute su base aggregata.

Saldo migratorio per altri motivi: differenza tra il numero degli iscritti e il numero dei cancellati dai registri anagrafici dei residenti dovuto ad altri motivi. Si tratta di un saldo tra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche non corrispondenti a effettivi trasferimenti tra un comune di residenza e un altro, bensì a operazioni di correzione post-censuaria. Per quel che riguarda le iscrizioni, si tratta principalmente di soggetti in precedenza cancellati per irreperibilità e ricomparsi, oppure di soggetti non censiti ma effettivamente residenti. Tra le cancellazioni per altri motivi si annoverano, invece, i soggetti cancellati in quanto risultati non più residenti in seguito ad accertamento anagrafico, oppure i soggetti che si sono censiti come residenti in un comune senza possederne i requisiti.

Saldo migratorio totale: differenza tra il numero degli iscritti e il numero dei cancellati dai registri anagrafici per trasferimento di residenza interno, con l’estero o per altri motivi.

Saldo naturale (o dinamica naturale): differenza tra il numero d’iscritti per nascita e il numero di cancellati per decesso dai registri anagrafici dei residenti.

Saldo totale: somma del saldo naturale e del saldo migratorio.

Speranza di vita alla nascita (o vita media): il numero medio di anni che una persona può contare di vivere dalla nascita nell’ipotesi in cui, nel corso della propria esistenza, fosse sottoposta ai rischi di mortalità per età dell’anno di osservazione.

Speranza di vita all’età “x”: il numero medio di anni che una persona di età compiuta “x” può contare di sopravvivere nell’ipotesi in cui, nel corso della successiva esistenza, fosse sottoposta ai rischi di mortalità per età (dall’età “x” in su) dell’anno di osservazione.

Straniero residente: cittadino straniero (residente in Italia) che ha dimora abituale nell’alloggio o nella convivenza ed è in possesso dei requisiti per l’iscrizione in anagrafe.

Vecchiaia (indice di): rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione di età 0-14 anni, moltiplicato per 100.

 

Nota metodologica

Le stime anticipate dei principali indicatori demografici forniscono, con dettaglio regionale, un quadro aggiornato della situazione demografica del Paese: movimento della popolazione residente (tassi generici di natalità, mortalità e migratorietà) e principali tendenze demografiche congiunturali (fecondità, speranza di vita).

Le stime sono prodotte basandosi sull’analisi delle serie parziali di dati, trasmessi a livello micro e macro aggregato dai Comuni all’Istat, relativi al movimento della popolazione residente (nascite, decessi, trasferimenti di residenza). Tale metodologia consente, sulla base delle informazioni preliminari pervenute all’Istat, di stimare per l’intero anno gli stessi aggregati tanto nella loro dimensione globale quanto nella loro articolazione strutturale (sesso, età, cittadinanza, territorio, origine/destinazione).

Le stime degli indicatori demografici vengono aggiornate una volta resisi disponibili i dati anagrafici definitivi.

È opportuno ricordare che gli indicatori pubblicati come stime hanno carattere di provvisorietà per via dell’errore a essi associato e che il margine di errore è tanto più significativo quanto più l’analisi è articolata su base territoriale.

Altre informazioni di carattere metodologico sulle stime anticipate degli indicatori demografici sono disponibili all’indirizzo:

http://schedefontidati.istat.it/index.php/Nowcast_per_indicatori_demografici.

Si ricorda, infine, che gli indicatori demografici sono disponibili sul datawarehouse http://dati.istat.it oltre che sul sito tematico http://demo.istat.it.

Obiettivi conoscitivi e quadro di riferimento

La crescente richiesta di informazione statistica e la necessità di ridurre i tempi di diffusione hanno portato alla realizzazione, nel 2002, da parte dell’Istituto nazionale di statistica, di un sistema territoriale di stime anticipate. Tale progetto, denominato “Sistema di nowcast per indicatori demografici”, ha per scopo la produzione di stime “rapide” dei principali comportamenti demografici e delle tendenze strutturali in corso della popolazione italiana.

La caratteristica principale delle nowcast, pertanto, consiste nel fatto che i risultati sono rilasciati in tempi ristretti rispetto alla data cui gli eventi e i relativi indicatori si riferiscono. I risultati sono prodotti, infatti, entro la fine di gennaio e le stime riguardano l’anno appena trascorso. Essi, quindi, rappresentano la prima fonte ufficiale delle tendenze demografiche del Paese in attesa di sostituzione dei medesimi con dati definitivi, provenienti dalle principali rilevazioni condotte dall’Istat sul movimento della popolazione, il cui rilascio segue uno specifico calendario che si conclude entro il mese di dicembre.

Contenuti

I fenomeni demografici sono caratterizzati da una certa stabilità nel tempo. Essi si trasformano con lentezza e gradualità e, rispetto ad altri fenomeni sociali ed economici, presentano minori incertezze. Il progetto “Sistema di nowcast per indicatori demografici” ha l’obiettivo di pervenire a previsioni di breve periodo, relative ad alcuni tra i principali aggregati e indicatori demografici, sulla base dell’analisi delle serie storiche dei dati disponibili al momento della stima.

Lo scopo del lavoro è di ottenere, in un arco temporale ristretto, informazioni sugli ultimi sviluppi della dinamica demografica mediante la documentazione statistica dei trend più recenti, con particolare attenzione all’articolazione territoriale dei fenomeni studiati. I risultati prodotti riguardano da un lato le stime degli aggregati delle componenti di bilancio demografico e dall’altro quelle relative ai principali indicatori demografici.

Processo e metodologie

Lo scopo è ottenere, in primo luogo, la previsione dell’ammontare della popolazione residente al 31 dicembre dell’anno di riferimento, contando su un’osservazione delle componenti annuali di bilancio demografico che al momento della stima risulta soltanto parziale. In particolare, è necessario produrre stime in valore assoluto su nascite, decessi, iscrizioni e cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza, in modo da poter calcolare la popolazione di fine anno partendo da quella osservata al 1° gennaio.

Nel momento in cui prende avvio il processo di elaborazione dei dati, normalmente negli ultimi due mesi dell’anno cui i dati si riferiscono, l’Istat dispone dell’osservazione dei bilanci demografici comunali relativi a primi 7-8 mesi dell’anno, grazie alla rilevazione “Movimento e calcolo della popolazione residente mensile (Istat/D7.b)“. Pertanto, l’operazione di stima necessaria a consolidare le cifre su base annuale si riferisce ai secondi 4-5 mesi dell’anno.

Le stime dei mesi mancanti sono ottenute applicando il modello previsivo di Holt-Winters, un particolare modello appartenente alla famiglia degli Exponential smoothing che ben si adatta alle serie storiche mensili qui considerate.

Una volta ottenuta la stima dei bilanci demografici in tutte le componenti di flusso e stock è possibile passare alla seconda fase elaborativa del progetto che riguarda la costruzione degli indicatori demografici.

Per gli indicatori generici (o di primo livello) non sono necessarie ulteriori elaborazioni e si può passare direttamente al loro calcolo. È questo il caso dei quozienti generici di natalità, mortalità, nuzialità, migratorietà e di incremento demografico. Per gli indicatori strutturati (o di secondo livello), come ad esempio il tasso di fecondità totale o la speranza di vita alla nascita, sono necessari successivi procedimenti di stima. La costruzione di tali indicatori, infatti, dipende dalla conoscenza della struttura per età degli eventi demografici (es: nati per età della madre, morti per età e/o anno di nascita) e dalla conoscenza della struttura per età della popolazione esposta a rischio di subire un determinato evento demografico. Per quanto riguarda quest’ultima si produce una stima anticipata della struttura per età regionale al 31 dicembre, applicando il metodo cohort-component alla popolazione osservata al 1° gennaio, con i totali di popolazione vincolati ai valori totali di bilancio ottenuti al primo passo di stima. In altri termini, i dati di bilancio inizialmente ottenuti a stima sono trasformati, con opportuni modelli demografici, in dati disaggregati per singola coorte di nascita e quindi sommati, in base all’equazione della popolazione, ai residenti per singola età di inizio anno. Da questa particolare procedura deriva il calcolo degli indicatori strutturali della popolazione più comunemente diffusi come, ad esempio, gli indici di dipendenza e di vecchiaia e l’età media della popolazione.













Le Più Lette

LA NOTIZIA PONTINA Registrazione al Tribunale di Latina Nr.2 del 12/02/2018 Direttore responsabile: Daniele Ronci Proprietà: Blues Eventi srls - corso della Repubblica 270 - Cisterna di Latina info: redazione@lanotiziapontina.it

Copyright © 2020 La Notizia Pontina

To Top