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Agricoltura: “Kiwi: la produzione”

“Come promesso siamo qui a scrivere di agricoltura ed ora in particolare di produzione di kiwi.

Per capire fino in fondo questo fenomeno dobbiamo ricordare un po’ di fatti che sono ormai storia.

Sono trascorsi tanti anni da quando Renato Campoli, la famiglia Lepidio e qualche altro agricoltore avventuriero piantavano le prime piante di kiwi a Borgo Flora. Da quel preciso momento questa coltura ha cambiato il destino di un’intera popolazione e non solo.

Grazie infatti all’assoluta incapacità dei produttori locali di organizzarsi per la fortuna capitata (vedi …….. Coff Isolabella) si sono fatti arricchire tanti commercianti e cooperative…reali o fittizie provenienti dal nord.

Le strutture del nord emiliane, piemontesi, venete compravano kiwi nella nostra area e con il ricavato – oltre che avere un alto reddito – liquidavano le produzioni del nord (pesche, albicocche etc) che in gran parte finivano nei centri di raccolta dell’Aima per fini industriali.

Si è quindi assistito al fenomeno di trasferire il reddito prodotto nel nostro territorio, prodotto dalla nostra terra, dalla nostra acqua, dal nostro ambiente e soprattutto dai nostri produttori verso altri luoghi, anche se col tempo fortunatamente anche in questa area sono cresciute realtà imprenditoriali con il gruppo Lepidio e Zeoli tra i più affermati.

Questo processo ormai dura da decenni ed ora vi diciamo perché a nostro avviso sta peggiorando.

Con il trascorrere del tempo il territorio ha assistito non solo all’avvento dell’arrivo delle grandi strutture del nord Italia ma anche di gruppi multinazionali come i neozelandesi che, leader del mercato e primi nella ricerca di nuove varietà, vedono nella provincia il luogo ideale per produrre la “loro” varietà di cui detengono il brevetto e determinandone quindi il risultato per i produttori nel controllo sistematico in toto della filiera.

L’avvento sul nostro territorio di investitori che acquistando e affittando enormi quantità di terreno che guarda caso sono gli stessi partner dei neozelandesi e grandi commercianti che, così facendo, controllano anche il mercato della produzione determinando i prezzi dei terreni e di quanto legato alla stessa produzione.

Da questa analisi sembrerebbe tutto positivo: abbiamo sviluppo, occupazione, ritorno economico.

Quali sono le nostre perplessità:

Per produrre enormi quantità di kiwi occorrono terra, acqua, manodopera, logistica.

Terra: il terreno non è una cosa infinita e immensamente durevole, ha bisogno di rigenerarsi attraverso riposo e cultivar meno intensive dopo anni di sfruttamento indiscriminato, soprattutto se sfruttato ed additivato con enormi quantità di concimi chimici;

Acqua: l’utilizzo dell’acqua nei kiwi è il tema più preoccupante che crediamo non necessiti di altre parole. Vanno trovate forme diverse di approvvigionamento, per esempio bacini, riutilizzo delle acque dei depuratori, recupero negli stessi impianti di produzione.

Manodopera: l’utilizzo di tantissimo personale in gran parte extracomunitario per la stagione della raccolta in cui necessita determina un cambiamento nel modo di vivere di tutti.

Si assiste però purtroppo non solo fenomeni di sfruttamento – che nella nostra area sono residuali – ma a dinamiche sociali nuove: la comunità asiatica composta in particolare da indiani si è insediata nella nostra città così come la comunità rumena ormai divenuta parte organica con noi.

Ma, come ben saprete hanno culture, religioni, modo di vivere diversi dai nostri.

Per tutti l’obiettivo è lavorare qui per farsi un futuro a casa loro: noi siamo e rimarremo qui, stiamo costruendo qui il futuro dei nostri figli e nipoti quindi rendere sano e bello il nostro territorio è un nostro obiettivo.

Logistica: lo spostamento ed il trasporto di quantità enormi di prodotto viene tutto effettuato su ruote. Conseguenza evidente ne è lo stato vergognoso delle nostre strade “sfasciate”. Per esempio i comuni versano in difficoltà e non riescono ad intervenire. Qual è il ritorno pubblico che danno gli imprenditori? Non aiutano neanche le nostre associazioni sportive”.

Il Guitto








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